Il potenziale tecnologico nel mondo del lavoro

Il potenziale tecnologico nel mondo del lavoro

 

Da tempo quando sento e leggo dei problemi del lavoro, finisco sempre per ragionare su come una società tecnologicamente avanzata e volta al progresso come quella occidentale non sia riuscita a trovare una soluzione radicale all’organizzazione del mondo del lavoro e della produzione industriale. Tuttavia mi è sempre sembrato di volare un po’ troppo alto con l’immaginazione, ma a portarmi felicemente coi piedi per terra oggi è un articolo di Agostino Gramigna sul Corriere della Sera ( pagina 28 per chi volesse leggerlo ) che riflette sulla robotizzazione degli impieghi lavorativi. Ne emerge che uno studio di Oxford prevede che entro venti anni il 47% dei lavori in USA sarà automizzato. I cinque impieghi più ” a rischio ” sono: manager, broker e venditori, giornalisti e scrittori, medici, commercialisti e ragionieri, in ordine di ” rischio ” .
Effettivamente questa esigenza di riflettere sulla questione della robotica nel mondo del lavoro non nasce da pensieri fantascientifici o frutto di una troppo libera immaginazione, perché negli ultimi anni già molti posti di lavoro sono stati sostituiti dalle macchine e dalla tecnologia ( pensiamo all’impiegato di banca sostituito dall’internet banking, agli addetti alla vendita biglietti delle ferrovie sostituiti dalle migliaia di macchine ed altri… ) ma pochi si sono permessi di denunciare che la disoccupazione sia dovuta a questo fenomeno di automatizzazione. Invece questa possibilità permette di diminuire il costo degli impiegati assumendone altri in diverse posizioni.
L’irrazionalità del pensiero umano porta subito a ragionare in questo modo: più robot, meno posti di lavoro, più povertà. Errato. Il robot permette all’imprenditore di ricavare più utili e perciò, oltre ad assumere altre figure lavorative, di diminuire il prezzo dei beni di consumo. Non è una novità che l’industrializzazione abbia potuto creare un mercato di consumo, ed una massa di consumo che può permettersi molto più di quando ci si potesse permettere nell’era pre-industriale, e così deve avvenire nell’era della rivoluzione digitale.

 

È necessario allora che si inverta il ragionamento, e per farlo bisogna rompere il muro della paura illogica analizzando la questione con razionalità.
Il principio chiave, a cui tengo anche per ragioni personali, è che più lavorano le macchine, meno lavora l’uomo. Ed ecco che scatta la paura ( colpa anche della nostra Costituzione per cui la Repubblica è fondata sul lavoro ) , ma bisogna pensare all’efficienza del fenomeno. Il fatto che meno lavoro produca la uguale o maggiore quantità di beni e servizi è, ontologicamente, un fatto positivo. A chi non piacerebbe un mondo in cui le macchine fanno tutto e noi uomini possiamo dedicarci alle passioni ed alle persone che fanno parte della nostra vita? Credo a pochi. E anche se questa ora è un’utopia, la direzione da intraprendere è questa.
L’automizzazione è perciò un fattore positivo da tenere in considerazione per riformare il mercato del lavoro ottimizzandolo, è fondamentale però che vi sia onestà economica degli imprenditori nell’abbassare il prezzo dei beni all’aumentare degli utili, e vi è altrettanta responsabilità nella classe dirigente che dovrà prendersi il compito di gestire e regolamentare una società in cui l’uomo lavorerà sempre meno.

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