OPERE

LES, il Mistagogo, tra rumore e poesia”

(…) Tutti i poeti credono che chi aguzza le orecchie

giacendo nell’erba o su declivi solitari

venga a conoscenza delle cose che sono tra cielo e terra.

E se provano moti affettuosi, i poeti pensano sempre

che la natura stessa sia innamorata di loro (…)

Ah, ci sono talmente tante cose tra cielo e terra,

di cui solo i poeti hanno potuto sognare!

E specialmente sopra il cielo:

tutti gli dei sono infatti simboli dei poeti, imbrogli dei poeti.

 

F. W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Non è un caso che Herman Melville, per il tramite del proprio personaggio-protagonista, prima di narrare i fatti de Moby Dick, esorti il lettore a chiamarlo Ismaele. Per Ismaele, l’andar per mare a caccia di balene è <<un surrogato della pistola e della pallottola>>[1], un espediente psichico – se vogliamo – <<per scacciare la tristezza e tenere sotto controllo la circolazione>>[2].  Ismaele è, per l’appunto, il figlio illegittimo (illegittimo non sarebbe, in teoria) di Abramo ed Agar[3]; ovvero, in altri termini, è l’interprete dell’illegittimità, non possiede qualcosa di determinato, può aspirare solo all’avvedutezza di chi non è mai situato. Lasciandoci educare all’avvedutezza di Ismaele, l’unico elementare documento d’identità che possiamo esibire è il succedersi, per altro non sempre cadenzato e regolare, dei nostri respiri, testimonianze d’una vita che si dispiega e si manifesta tra l’una e l’altra delle parole Io e Sono, accettate quali requisiti di virtù filosofica da chi con esse pretendeva, forse a ragione, di fugare il dubbio che l’intero pensiero dell’uomo fosse opera di un demone ingannatore.[4]

 

Con tutti gli occhi la creatura vede / l’aperto. Solo i nostri occhi sono all’indietro / rivolti e completamente schierati intorno ad essa / come trappole intorno al suo libero esito. / Ciò che è fuori lo sappiamo soltanto dal viso / dell’animale; e già fin dall’inizio il bambino / lo si piega, lo si costringe a vedere soltanto / figure all’indietro e mai all’aperto, quello che / sì profondo è nel volto animale. Libero da morte. / Solo noi la vediamo; il libero animale / il suo tramonto ha sempre dietro di sé / e il divino davanti, e quando va, così va / nell’eterno, come vanno le fonti (…)[5]

 

Noi respiriamo e di ciò possiamo parlare. Qual è il valore di queste parole Io e Sono, che ci eleggono autori e personaggi di un certo mondo? Si può dire che esse siano sufficienti a produrre poesia e, più in generale, arte? Talora, è concepibile che disporsi ad ascoltare il respiro dell’altro significhi conoscere la sua storia, l’evoluzione della sua materia, compenetrarsi della sua trascendenza. Non c’è tempo d’amore per chi ama, fuorché nell’attimo in cui la mano dell’uno stringe quella dell’altro sottraendola alla fantasia di ciò che potrebbe semplicemente essere e fino a coprirne la nudità sacrificale.

Sulle prime, i versi di Loris Elio Sardelli sembrerebbero denunciare una negazione del linguaggio e di tutti i possibili significati, a tal punto che riconoscere l’identità del suo sito, leggiecrea.it, conduce ad una terra promessa, quantunque lontana e misteriosa. Quando un uomo, mettendosi all’opera come poeta, cioè come produttore di sensi e suoni, dispone le parole tra incudine e martello, scomponendole, denaturandole, privando le sillabe di legami ed isolando i fonemi gli uni dagli altri, nell’officina della creazione, i rumori si propagano dirompenti, assordanti. Il dominio leggiecrea.it è, dunque, in primo luogo, un’esortazione netta a prendere parte ai lavori di foggiatura. Leggere e Creare sono i verbi dell’invito. Non un poeta allora, ovverosia non solo un poeta convinto d’essere “il poeta”, ma un uomo, madido di sudore, un operaio ed un avventuriero della parola che crede fermamente nel valore d’una comunità di lavoratori.  Nello stesso tempo, la coesistenza tra una collettività e la scoperta, in seguito alla quale le opportunità orto-sintattiche non costituiscono più un’unità funzionale di significato né possiedono valore denotativo, diventa un rischio. La forza della poesia di Loris Elio Sardelli sta, per l’appunto, in questo rischio. In genere, nell’ambito della comunicazione, godiamo di un vantaggio ben definito: la semantica, vale a dire l’area dei nostri significati, denota degli oggetti, delle classi; per la qual cosa chi dice o scrive C A V A L L O lascia intendere un riferimento alla classe dei cavalli, dei mammiferi, dei quadrupedi et cetera.

Loris Elio Sardelli, invece, scriverebbe CAV A LLO avvalendosi di un gioco linguistico esoterico, allegorico e profetico, gioco in cui non può fare riferimento, con precisione, alla radice od alla desinenza perché si altererebbe il senso della sperimentazione. In CAV A LLO, adottato quale esempio d’istruzione, la vocale A diventa il legante di due suoni-rumori che assumono anche il valore di segni significanti unicamente all’interno di questa referenza. CAV allora può essere CAVA con funzione d’aggettivo, allo stesso modo in cui LLO, apparentemente privo di grammaticalità, può essere ALLO con funzione di preposizione articolata. Né CAV né LLO sussistono senza l’interposizione di A, che si configura, per metafora dedotta dalla retorica, come un vero e proprio legame di sussistenza. Ecco perché, nell’incipit di questo scritto, si è detto di una negazione del linguaggio di cui sarebbe artefice una sorta di mistagogo, il mistagogo LES, che istruisce un rituale d’iniziazione ad un che di misterico. <<Cielo, taci!>> è, non a caso, un verso cruciale di un componimento del 1992: invocazione, questa, che marca la letterarietà d’un’apertura di chi rinuncia a sé stesso, facendosi cosa tra le cose per poterne descrivere l’essere primordiale. Il LES di questa lirica scrive dallo scoglio di Bogliasco e sembra già conscio che nessuna parola potrà mai raccontare il frangersi dell’onda. Onda, scoglio, acqua sono, pertanto, cose e non nomi di qualcosa, tanto che rimandano ad <<infantili ricordi marini, umani, divini>> elevando la sequenza come passaggio dallo stimolo all’intuizione. Si potrebbe, sulla scorta dei precetti della buona semantica, soffermarsi a discutere di iponimi ed iperonimi, della tecnica di esposizione del climax, dato che da “marini” si giunge a “divini”, ma ciò sarebbe insufficiente a dare una stima della parabola di Sardelli. L’onda esiste come <<dipinta sulle rocce liguri>>; di conseguenza, ogni nostro tentativo di assegnare ad essa un ruolo dell’ordine e del significato nella poetica classica sarebbe vano. Nessuno di noi può realmente conoscere ciò che un’onda suscita nella memoria archetipica di chi legge o ascolta. Ad evitare il compromesso della comprensione o della convenzione, Loris Elio Sardelli si fa portavoce di un rumore, quello primordiale, indicibile ed incomunicabile. <<(…)E’ brusio, complicità di suoni (…) – scrive ne Gozzo – (…) e poi la terra ci lascia lontani (…)>>.

 

OPERE #LEGGIECREA

I prodromi della ricerca del rumore delle cose sono affidati, da principio, ad un corpus di poesie in prosa, che preannunciano l’irruzione dei fonemi, non altrimenti che se ogni poesia fosse la dichiarazione di un bisogno. Quando, nel 2000, scrive <<gli uomini hanno sei dita per mano>>, l’adepto è ancora nel vestibolo e la cerimonia è nella fase preparatoria. C’è ragione di credere che il verso fosse utilizzato in strenua difesa dagli attacchi degli imbonitori. Nella storia della buona e solenne letteratura, gl’intenti degli autori sono sempre veicolati da grande umiltà ed illuminante cautela. E’ sufficiente pensare al Proust de La strada di Swann, il quale si dichiara incapace di scrivere, pur essendo scrittore generoso e sapiente, o al Kafka de Il castello, il cui protagonista si muove verso un’entità impossibile a conoscersi, per comprendere l’importanza dell’attesa e della contemplazione di cui un autore, poeta, scrittore o pittore, deve essere cosciente, sia presso lo scoglio di Bogliasco sia presso un qualsivoglia deserto delle tentazioni. Questo LES, se mai dovesse avvedersi d’essere un poeta, sentirebbe come violata ed irrimediabilmente in pericolo la propria esistenza, alla maniera di un capotribù che, non riuscendo a conciliarsi gli dei per ottenere la fecondità della terra, s’approssimerebbe alla morte. LES infatti è poietès, ovverosia creatore, produttore… Il ruolo del totem è degno di fascinazione, ha istruito l’umanità primitiva disciplinandola, tracciando attorno ad essa dei confini; tanto più che al totem si chiede unicamente una presenza luminescente, votiva. Egli – o in taluni casi esso – deve istituire la dimensione dell’imperativo, entro cui pensiero ed azione, desiderio ed esaudimento e, più in generale, ogni moto dello spirito e della materia possono soltanto essere postulati, cioè possono essere ammessi in armonia con la stessa esistenza totemica. Un suddito non potrà mai toccare il re né cibarsi del suo pasto perché l’inosservanza del tabù lo farebbe precipitare in un gorgo d’abiezione che lo condurrebbe alla morte senza possibilità di riscatto. Di conseguenza, Loris Elio Sardelli, nel proprio presente storico-poietico, fa in modo che la scrittura non si sostituisca a lui, non pone alcun indugio a difendere strenuamente il bisogno di raccontare qualcosa a qualcuno, senza che l’ombra d’una miserrima verità di sentimenti universali sopraggiunga a corrompere la naturale ansia d’appagamento. Il suo sito si chiama leggiecrea.it, non già leggoecreo.it! E’ così che l’artigiano d’officina che, percotendo l’incudine, si oppone all’alienazione ed all’esilio nei deserti delle immanenti Bersabea, diventa ora mistagogo e cerimoniere ora pellegrino ed avventuriero, sapendo di non dovere né potere più rientrare nella dimensione ideale o protetta. Vale la pena, a questo punto, di riportare un’intera lirica di Sardelli a dare un’immagine nitida del suo itinerario.

 

Eravamo lì tutti / circondati da immense eterne sequoie / nella loro seria nodosità / guardiane delle nostre azioni / riflessa sulla turchese acqua una figura scivola via / ora lo so / era la nostra famiglia / all’ultima ambrata foglia la affianca.

 

Le metafore surrealistiche sono il rischio che il poeta corre valorosamente fin dall’incipit perché mostrano le figure intime di colui che crea. L’identificazione metonimica tra l’uomo guardiano e le sequoie riscatta la cosa stessa dalla precarietà, laddove, però, mette a repentaglio il potere dell’uomo. La poesia è prova eroica che fa maturare le forme simboliche ed archetipiche. La continuità del nominare o del raccontare non è più salvifica, se attraverso un simbolo, come s’è detto, albero o foglia, ci si avvede che l’appartenenza e la filiazione scivolano via. Un ricordo che emerge, la famiglia nel caso in specie, impone la diversità dei significati che talora separano gli uomini ed indeboliscono la comprensione dei significati…oppure li condannano ad una parvenza d’intesa. Allora, la dignità d’uso di un termine è peculiare ed è un aspetto della greca ed incorruttibile necessità, sicché ogni analisi retorico-poetica ortodossa ci è quasi severamente impedita. Che cosa ricaveremmo dalla definizione di un’ipallage o della disposizione dell’asindeto? In tal senso, si faccia un raffronto tra quanto s’è appena letto ed il frammento celaniano che segue!

 

Vidi il mio pioppo calare nell’acqua, / ne vidi il braccio tastar giù nel profondo, / e, protese al cielo, le radici ad implorar notte.[6]

 

Come la Grande Madre-Terra è fonte di vita e luce, così l’Albero, che in essa si radica, è simbolo fallico dell’enorme capacità riproduttiva scaturita dalla liberazione. Tanto più l’uomo anela alla libertà ed al distacco dal Grembo – e quindi: tanto più egli riconosce le differenze senza rispecchiarsi nell’identità originaria – quanto più essa lo trattiene, lo cattura e lo divora. L’autonomia della liberazione che trasmetta significati comporta che l’uomo abbandoni temporaneamente l’ambiente sicuro per farsi oggetto di attenzione e comprensione. L’Io che si comunica all’Altro è un Io che si presenta come non-Io perché, frattanto, è costretto a sottrarsi alla cattura, deve rinsaldare il legame appena costruito con una nuova terra. Ogni atto creativo dell’essere maschile è destinato a ricostituirsi nel ritorno all’essere femminile, fino a celebrare un’androginia filogenetica. Nella dimensione cristiana la Vergine-Madre è Madre di colui che l’ha creata ed è, nello stesso tempo, luce, in quanto Luna, cioè sorgente di Luce nella Notte. Secondo la natura mitico-rituale dell’Archetipo femminile, il Maschile è capace di creazione solo perché dal Grembo riceve la forza e la libertà. Così Dante scrive intorno alla contemplazione del Femminino sacro:

 

Vergine Madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l tuo fattore / non disdegnò di farsi tua fattura. / Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore. / Qui se’ a noi meridiana face / di caritate, e giuso, intra’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace.[7]

 

Assumendo un altro resoconto storico-mitologico, è necessario fare un accenno ai ripetuti stupri ed agli atti di violenza che l’Olimpo commetteva ai danni delle fanciulle greche per comprendere quanto fosse sentito spossante l’influsso del Grembo. Infatti, se la Vergine-Madre e la greca Sophìa, rappresentano idealmente le figure della Madre buona, che dà protezione, dona estasi, ispirazione e visioni di trasformazione spirituale, per converso, Lilith, Astarte e Circe, iniziando l’uomo ai misteri dell’ebbrezza, esigono sangue, provocano impotenza, follia e dissoluzione, pretendono privazione. Lilith è – per dirla con Isaia, che la indica come civetta [8] – il demone femminile che vaga tra le rovine; a lei le varie mitologie, da quella ebraica a quella mesopotamica, attribuiscono tutti gli aspetti deteriori dell’identità femminile. Il carattere trasformatore negativo, comune alle tre dee, è inesauribile ed incontrastabile. Sullo stesso piano si possono interpretare le Madri terribili, Kali, Ecate e Gorgone, dalle quali l’uomo viene attratto, avvinto, smembrato e divorato: malattia e morte sono i loro contrassegni simbolici. Ad intuirne la natura si pensi alla più nota delle tre, la Gorgone Medusa. Si legga la descrizione che ce ne dà Robert Graves:

 

(…) Un mostro alato con occhi fiammeggianti, denti lunghissimi dai quali sporgeva la lingua, unghielli di bronzo e capelli di serpenti: il suo sguardo faceva impietrire gli uomini.[9]

 

Prima di diventare poietès, in pratica, Loris Elio Sardelli affronta le prove iniziatiche della Terra e vive lunghi anni di noviziato, al culmine del quale si rivela capace di comporre scomponendo:

 

Pre stigio vorresti / caro n te / traghetti innocenti

 

Il verso, ricostruito, acquisirebbe questa forma: Caronte, che traghetti innocenti, vorresti prestigio; ma si tratterebbe di un costrutto improprio ed incongruo e che non renderebbe giustizia al messaggio poetico, per cogliere il quale è necessario volgere sempre lo sguardo ai legami di sussistenza. Pre, com’è noto, funge da primo elemento nei verbi composti; in questa scomposta composizione assume il valore di un vero e proprio prefissoide, separato dal resto del lessema ad introdurre enfaticamente la parola-verso: caro n te. Il sostantivo prestigio allora è qualificato non dalla semantica ma dall’uso che di esso si fa. Dante, con le acque della palude stigia, già presenti nell’Eneide, avvolge dannati, accidiosi, iracondi et similia, pertanto il traghettatore sarebbe stigio, cioè, per rimando simbolico, infernale, in enallage, e coloro che ricevono la condanna sono colpevoli non in quanto uomini, bensì come oggetto di un giudizio. Il fonema n enfatizza il ruolo dello psicopompo, specie se si considera che, in seguito alla destrutturazione della parola, otteniamo stigio vorresti / caro, che rende implicito il soggetto, quasi fantasmagorico, e conferisce nuovo significato all’anomalo sintagma: vorresti che fosse caro ciò che è stigio, in cui l’ambiguità dei sensi è spazio per la libertà ermeneutica del lettore. Se la vocale A dell’esempio generava sussistenza per legame, la consonante N la genera per separazione. La particella pronominale TE potrebbe permetterci di riscrivere il verso in: vorresti che fosse caro a te ciò che è stigio oppure vorresti che fosse caro ciò che è stigio per te oppure, ancora, vorresti che fosse caro a te ciò che non è stigio, quasi che lo psicopompo volesse appropriarsi anche degli innocenti…chissà! E’ evidente altresì che questa interpretazione non è l’unica possibile, anzi è una delle tante possibili; la qual cosa conferma irreversibilmente il proposito di quel poeta, Loris Elio Sardelli, che ha concepito un luogo d’incontro per chi è disposto autenticamente a leggere e creare, leggiecrea.it.
 
 
Francesco prof. Mercadante

 
 


[1] Melville, H., 1851, Moby Dick, trad. it. di P. Meneghelli, 1995, Moby Dick ovvero la Balena, Newton Compton editori, Roma, p. 34.

[2] Ibid., p. 34.

[3] Genesi 21, vv. 8-21.

[4] Descartes, R., 1637, Discours de la méthode, trad. it. di M. Garin, 1998, Discorso sul metodo, Editori Laterza, Bari, p. 45.

[5] Rilke,, R. M., 1922, Duineser Elegien, trad. it. di F. Rella, 1994, Elegie duinesi, Fabbri editori, Milano, p. 85.

[6] Celan, P., 1955, Von Schwelle zu Schwelle, trad. it. di G. Bevilacqua, 1996, Di soglia in soglia, 1996, Giulio Einaudi Editore, Torino.

[7] Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, vv. 1-12.

[8] Isaia 34, 14.

[9] Graves, R., 1955, Greck Myths, trad. it. di E. Morpurgo, 1963, I miti greci, Longanesi & C., Milano, p. 113.

8 Comments

  1. heavenif 17/08/2014

    🙂

  2. heavenif 17/08/2014

    è uscito un sorriso da idiota, quando in realtà era di approvazione e gratitudine per avermi chiarito parecchie idee nn solo su come nasce la tua scrittura, ma più in generale su questo “panorama” a me sconosciuto.
    leggendo si impara , anche cosa valga la pena di essere letto e cosa no.

    • Loris Elio Sardelli 17/08/2014

      infatti carissima Heavenif, siamo su leggiecrea… a rileggerti presto; un abbraccio

      • heavenif 18/08/2014

        paola, gli pseudonimi hanno il vantaggio di poter essere cambiati a seconda dello stato d’animo. il nome no, ma nn è un caso che il mio significhi “piccolo uomo”… buondì loris 🙂

        • Loris Elio Sardelli 18/08/2014

          paola buongiorno, il nome scritto in minuscolo ha un che di intimo, in maiuscolo viceversa è l’ulteriore attestazione del contratto che i nostri genitori conclusero anni orsono con UO Anagrafe del Comune Y; grazie pertanto dell’intimità concessa. Nel contempo ti informo che lo staff ha aggiunto alcuni < > post alla pagina http://leggiecrea.it/leggi-di-leggi-e-crea/ . Per cui tempo e voglia permettendo, buone letture

  3. heavenif 18/08/2014

    il minuscolo nn è casuale. e nn ha solo un valore di intimità, come giustamente dici, ma anche una nn affermazione dell’ “io” . in fondo cos’è un nome? è qualcosa che abbiamo attribuito arbitrariamente noi alle cose alle persone. è una di quelle cose cui spesso mi viene da pensare: perchè i nomi proprio di persona sono quelli che riconosciamo come tali e quegli oggetti anche? perchè il colore nero lo chiamiamo nero e nn in altro modo? all’anagrafe ne ho tre di nomi, se devo dirla proprio tutta, paola mi ci chiamano in pochi, paoletta sono sempre stata sin da piccola proprio perchè ero piccola minuta e lo sono ancora. e paoletta sono anche per te… questa è la vera intimità : chiamarmi così. leggerò gli addendum alla pagina segnalata. intanto ti ringrazio , buon pomeriggio e buon lavoro qualunque cosa tu stia facendo..

  4. @iorado 18/11/2014

    Posso solo dimostrare gratitudine ad un uomo che si prende carico amorevolmente di chi gli chiede aiuto. Non è certo nella normalità delle cose che accadono in questo mondo, e per ciò, Ti dichiaro con forza e pubblicamente la mia stima per il tuo pensare et agire.Nino Corrado

  5. Mariarosaria Morra 27/03/2015

    indistruttibile sono le parole,e farne chiarezza serve diplomazia.Una sola parola può dare inizio a una poesia,a una storia,a un evento,una parola può significare la fine,il principio.se un grappolo d,uva è composto resta sempre un grappolo,ma se ne mancano alcuni si scompone e non resta nella sua bellezza…ora posso fermare lo sguardo su queste parole,e creare storie antiche,moderne…

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