La teoria interfunzionalista

La teoria interfunzionalista

 

Da alcuni anni della mia vita, chi sa per quale ragione, mi ritrovo a pensare pure quando non lo desidero, e sopratutto quando non ne ho più alcuna voglia, perché i miei pensieri difficilmente sono volti a cose e persone banali e leggere, così di tanto in tanto mi ritrovo a sentire una certa insofferenza nei confronti del pensiero. Questa tutto sommato utile abitudine mi ha sempre portato ad osservare la realtà delle cose nei suoi dettagli più minuziosi, quasi ossessivamente. Ho sviluppato una curiosità molto radicata che sento la necessità di colmare a tutti i costi, giungendo a risultati più plausibili possibile. Tutto ciò avviene nei momenti più normali della mia vita, può essere capiti durante una lezione scolastica come durante una allegra bevuta al bar con gli amici. Può certo capitare leggendo un libro ma potrebbe capitare anche osservando degli animali. Ogni cosa della natura e della realtà riflette in modo generale una linea guida che ci fornisce gli strumenti per decodificarla.
Il tema di cui parlerò in questo scritto è frutto dell’osservazione, durata tirando le somme non poco tempo, del dialogo tra le persone, della rappresentazione di sé delle persone che mi stavano intorno, che fosse nella realtà o che fosse nei social network. Ho osservato ogni minima espressione facciale, ho cercato di leggere ogni singolo movimento corporeo inconscio che potesse spiegare la parte più profonda della persona, ho utilizzato i miei vizi e le mie virtù per proiettarle negli altri, vedendoci talvolta delle coincidenze, riuscendo perciò a capire gli altri trovandoci conferma di ciò che in realtà nasceva in me.
Il tema dei rapporti tra le persone nella società moderna è un tema su cui i miei occhi hanno spesso posato il loro sguardo, sciogliendo come con un laser gli oggetti della mia osservazione fino a svelarne il cuore. E’ però anche un tema che mi pone in contrapposizione ed in conflitto con me stesso, in quanto nella mia visione libertaria e di scorrimento naturale delle cose l’analisi che opero mi costringe a dover ripensare e ridefinire i limiti entro i quali lo scorrere naturale delle cose è un fattore buono, a prescindere dai risvolti che prende. La società mi ha costretto ad essere, in alcuni tratti della mia personalità, conservatore e conservato. La teoria che propongo non ha la pretesa di finire sui libri di storia della sociologia o della filosofia, né ritiene di essere abbastanza scientifica ed empirica da essere difficilmente discutibile. E’ tanto discutibile quanto tangibile, paradossalmente, perché tutto dipende dal sistema di lettura della società che l’individuo ha.
Partiamo però dal nome della teoria, che di certo non è scelto casualmente. Teoria interfunzionalista è un nome familiare nel campo della sociologia, perché potrebbe richiamare le teorie funzionalistiche secondo cui la disuguaglianza tra le classi sociali e la loro stessa esistenza è necessaria al corretto funzionamento della società. La mia teoria però poco ha a che fare con quelle appena citate, la mia teoria è indirizzata ad ogni singolo lettore di questo testo, che già ha vissuto, visionato o patito le dinamiche che intercorrono nelle relazioni che mi prometto di esaminare. E’ una teoria che comprende la gran parte della generazione tecnologica e consumista del mondo occidentale, e colpisce dritto al cuore tenero e vulnerabile di tutti voi.
Il funzionalismo di cui io parlo fa riferimento ad una società in cui gli individui vivono continuamente in funzione di qualcos’altro. Ma di che cosa? Ecco che entra in campo il prefisso inter, che sta ad indicare un collegamento tra due soggetti. Il centro focale della teoria è questo, viviamo tutti in funzione dell’altro, in un legame ossessivo e di debito emotivo.
In che termini allora viviamo ognuno in funzione dell’altro, è la seconda questione. La mia sensibilità e la mia giovane età mi ha permesso e mi permette di frequentare gli ambienti più al centro dell’attenzione dei miei coetanei, e di notare come i comportamenti delle persone sono fortemente condizionati dall’apparenza. Lo so, starete pensando che non sto infondo dicendo nulla di nuovo, perché la vanità esiste, ma lo spunto di riflessione deve nascere sul fatto che la vanità, nel momento in cui diviene un fenomeno sociale diffusissimo assume i tratti di un caso patologico di massa, come forse non se ne vedevano da tempo. La patologia sta nel fatto che la vanità non si pone psicologicamente come lo stereotipo della persona eccessivamente sicura di sé, convinta di essere più degli altri… magari! Sarebbe segno di una società forte e felice, in cui gli individui si realizzano nella loro interezza. Il problema vero nasce dal fatto che questa ostentazione di sé è dovuta da un assoluto e vitale bisogno di esistere, e la patologia vera risiede nella proiezione dell’apprezzamento da parte degli altri in sé, nel tentativo di crearsi una personalità ed una identità in realtà inesistenti.
Sostanzialmente i social network, la moda, le piccoli élite nelle microsocietà sono frutto di un narcisismo povero di spirito, che ricerca se stesso negli altri. Quando ci si ritrova negli altri si cade nella vanità, se invece non ci si ritrova negli altri si cade nella disperazione. Mi permetto ora di ricordare la teoria sociologica del grande Zygmunt Bauman, pochi giorni fa scomparso all’età di 91 anni. Chi legge la sociologia o ne è interessato conoscerà sicuramente la teoria della società liquida prodotta da Bauman. Il Nostro sostiene, in breve, che il capitalismo, il consumismo e la globalizzazione abbiano portato una liquidazione dell’etica e della morale nella società, trasformandone gli individui in persone fortemente soggette alla paura di vivere, in quanto privi di punti di riferimento.
Bauman, certamente senza saperlo, mi dona le basi filosofiche per affermare la mia tesi con una certa convinzione e sicurezza, ricercando il lato psicologico del fenomeno.
Seguendo la via inconscia, perciò, i comportamenti che poco fa ho raccontato sono il sintomo di questa folle crisi morale. E ne sono il sintomo più pericoloso. Se parlarne così può sembrare la filosofia sociale di un pazzo, pensiamo alla sempre più frequente presenza di terribili fatti di cronaca nella sfera sentimentale. Lo stalkering, gli omicidi nelle coppie ed i suicidi per ragioni amorose sono azioni in cui questo sintomo sfocia. L’assenza di sé porta, nell’amore, a trovare facilmente un complice per effettuare questo interscambio di nucleo emotivo. L’amore, quando nasce, si pensa sia un rapporto di certezza in cui l’uno custodisce l’altro, così l’insicuro prende il suo nucleo emotivo vuoto e lo ripone nel partner, sperando che riempiendolo di esperienze possa colmare il vuoto che si vive. Invece l’amore finisce, anzi ultimamente sempre più rapidamente, e ciò che torna è una sfera di emozioni rotta, ed ecco l’esplosione nella mente. Uno dei due non può vivere senza l’altro, che rappresenta nella sua mente l’unico luogo sicuro in cui potersi rifugiare.
L’intefunzionalismo perciò è un sistema che tocca l’emotività e la base psicologica delle persone, rendendo evidente come la liquidità dei valori porti una liquidità psichica che fa scattare una ricerca infantile di basi solide su cui vivere. La tragedia è che di basi solide ne esistono poche, siamo quasi tutti troppo poco forti per fare i gladiatori.
Siamo come un’economia in collasso in cui i cittadini si scambiano pochi pezzi di pane pensando di far girare l’economia.
I sintomi di questo disagio si possono notare ovunque, dall’ossessione per il sesso che promette di creare una reputazione degna di nota, alla dipendenza per i social network che danno la possibilità di dare agli altri un’immagine di noi che corrisponde non alla verità, bensì ai nostri desideri. Si possono però notare nelle piccole azioni quotidiane, ed è questo che il lettore deve fare finita la lettura, iniziare a guardare i movimenti ed i comportamenti delle persone cercando di vedere se il loro esistere si misura in base agli occhi puntati su di loro. I famosi autoscatti chiamati selfie rappresentano forse la parte esteriormente più divertente, perché se provate a guardare da fuori una persona che effettua un autoscatto, è difficile certificarla sana di mente.
Restando sulla sfera del social network e dell’immagine popolare di sé, ricollegandola però a questo fenomeno presente nell’amore, si può ragionare su un’altra forma di amore, ovvero l’amicizia. Quante amicizie, in questa società, sono frutto di una reale stima di sé, e quante invece sono volte a sostenersi a vicenda, oppure sono sorrette dal desiderio morboso di nutrirsi della reputazione dell’altro? Forse poche, pochissime.
Tutto si basa su un’assenza di sé, e di questo si alimenta.
Prima ho fatto un riferimento banale all’economia, che però funziona perfettamente, perché in un sistema economico in cui il mercato è libero, tutto funziona sulla legge della domanda e dell’offerta, ed allo stesso modo il mercato delle relazioni, che è sicuramente libero, funziona tramite la medesima legge. Immaginiamo una società in cui ogni uomo nasce senza alcun patrimonio, come effettivamente accade, ed in cui però l’uomo ha disimparato ad apprendere i mestieri. Si crea un mondo senza beni e senza la capacità per produrne. Che cosa rimane da fare ai cittadini? Rimane solo una via, indebitarsi. Così noi nasciamo senza personalità, come tutti, abbiamo però perso la capacità di strutturarne una con l’andare del tempo, e ci troviamo così a doverne affittare una dagli stereotipi televisivi o chissà quale altro produttore di illusioni. E non contenti ci indebitiamo anche con gli altri, prendendo in prestito parvenze di vita. Funzioniamo in un sistema di perenne debito e credito emotivo, possedendo talvolta più debito che credito, senza però infondo possedere nulla di reale.
Lo scenario che propongo non vuole essere catastrofista, non lo è forse. E’ però pericolosamente diffuso, in ogni minima parte di quasi tutti noi, ed è da questo che ne nasce il terrificante potenziale.
Allora però un fenomeno che nasce dalle piccole cose di ogni giorno si può spegnere tramite le piccole cose di ogni giorno. La soluzione è semplice, è necessario tralasciare pian piano quei venditori di sogni, la televisione, i social network, le serie televisive, e bisogna ricreare il contatto carnale tra le persone. E’ necessario discutere, vedersi, toccarsi con mano per sapere che si esiste.
Non voglio in alcun modo sembrare moralista in ciò che scrivo perché è l’ultima caratteristica che mi appartiene, perché non intendo risvegliare una morale perduta, ciò non mi interessa, è obsoleto e lo lascio ad altri. Non intendo dare linee guida su come vivere, quali comportamenti adottare o altro, intendo solo far sì che non si viva più in funzione di altri, ma che si viva in funzione di noi stessi. Desidero che si viva in funziona della felicità.
L’interfunzionalismo è un fenomeno mastodontico, e lo è perché parte dalla mente di moltissime persone e si trasforma in comportamenti quotidiani ed abitudinari. Ho sempre pensato che i problemi che nascono inconsciamente non possano essere risolti consciamente, o meglio, non possono essere risolti utilizzando la logica ed il ragionamento, sarebbe troppo poco. Il castello in aria che la società ha creato è troppo realistico per essere abbattuto dalla sola presa di coscienza del problema, non può bastare dare colpi di razionalità per demolire il male creatosi, bensì nello stesso modo in cui esso si è venuto a creare si andrà a consumare.
Come detto più volte i sintomi di questa patologia psico-sociale non sono dei deliri chiari e riconoscibili, non sono nemmeno dei distaccamenti dalla realtà così evidenti, tantomeno si parla di allucinazioni. Questi casi eclatanti credo siano riducibili ad un numero minimo di individui che soffrendo questa condizione giungono ad una vera e propria crisi psichica. Nel resto dei casi, essendo la società stessa a tutelare questo funzionamento, si chiude un occhio cercando di standardizzare e di normalizzare certi comportamenti che sono obiettivamente poco sani. L’ossessione per le mode, per le persone, per le cose, sembrano normali solo perché riguardano la gran parte della società. Chi mai, infondo, porrebbe l’attenzione sul fatto che l’uso dei telefoni cellulari è spropositato? Si sa, ci svegliamo con il telefono a fianco e ci addormentiamo appoggiandolo sul comodino a fianco al letto, e se riuscissimo a vedere con lenti critiche queste abitudini, non vi sarebbero dubbi nel constatare che questi rituali rappresentano un costante desiderio di sentirsi in connessione con qualcun altro. Il punto nevralgico è proprio questo, il soggetto “ affetto “ da questa patologia ha il costante bisogno di sentirsi connesso a qualcuno, senza curarsi di quanto questi legami siano reali e sensati e quanto no, perché si risolve l’incapacità di stare con se stessi non tanto investendo tempo ed energie nel lavoro, in relazioni sane, in attività costruttive, lo si fa trasfigurando il proprio vuoto in altro. Ecco che da qui nascono fenomeni noti nella rete internet come la denigrazione dell’altro, l’omofobia ed il razzismo, l’hackeraggio ecc… tutte queste attività cercano continuamente di trovare un senso alla propria esistenza, e si accontentano delle possibilità che il canale, cioè internet, offre.

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