La donna nel sistema interfunzionalista

La donna nel sistema interfunzionalista

 

Scrivendo questo testo, su cui ragiono da tempo, mi assumo una rischio che molti, dopo aver dato un loro giudizio, preferiranno chiamare responsabilità. Il titolo dice tutto “ La donna nel sistema interfunzionalista “ , ed in quanto il dibattito, le manifestazioni e le battaglie per difendere i diritti del sesso femminile sono ancora in voga, sarà facile per qualche sensibile difensore di tali ragioni distorcere il contenuto centrale del mio pensiero. Cosciente del fatto che per natura statistica questo avverrà, cerco di limitarne l’avvenire precisando preventivamente che ciò che leggerete non è in alcun modo un attacco alla donna, né culturale, né intellettuale né tantomeno fisiologico. La mia è e vuole unicamente essere un’analisi personale, come tutte le altre, di come la donna opera nel sistema interfunzionalista, cercando di capire perché questa parte d’umanità ne è stata secondo me più inclusa, per ragioni e colpe certamente non sue. Io, per temperamento personale, amo le donne e le rispetto immensamente, senza alcuna ipocrisia perciò le tratto come gli uomini, con un assoluto riguardo alla loro tutela fisica, e facendomi padrone del mio senso di libertà, ne tutelo anche la dignità morale.
Partiamo dal fatto per cui io ritengo sia stato corretto scrivere della donna in questo sistema. Come prima cosa la donna è stata nel corso dei secoli discriminata follemente e come tutti sappiamo la sua partecipazione sociale è venuta a mancare fino a quando le voci hanno voluto farsi sentire in nome dell’uguaglianza dei sessi, e vista la storia del ruolo della donna essa ha vissuto psicologicamente il rapporto tra la sua personalità ed il rispetto datagli con una certa frustrazione, purtroppo. Ringraziando l’evoluzione culturale umana ora la donna gode della parità dei sessi a livello giuridico, anche se di tanto in tanto qualche reminiscenza di diversificazione ancora vi è, ma svanirà sicuramente in modo naturale ed impercettibile negli anni. Quando discuto con amici e conoscenti della donna nella società faccio sempre questa metafora: la donna oggi vive la condizione che vivrebbe un bambino che, dopo aver vissuto per molti anni le limitazioni di libertà severe ed ingiustificate dei genitori, si ritrova da un giorno all’altro a vivere in totale libertà. Che cosa possiamo immaginare che accadrà? Accadrà probabilmente che il bambino si troverà spaesato e, una volta presa dimestichezza con il suo libero arbitrio, cercherà di fare tutto ciò che non ha potuto negli anni, e il fatto che le limitazioni siano state eccessive lo porterà ad una errata valutazione delle sua azioni, cadendo probabilmente negli eccessi. Ecco la condizione della donna oggi, che dopo secoli e millenni di ingiustizie si trova a godere delle libertà dell’uomo, e anzi, anche di molte più! Dal punto di vista etico la donna si permette generalmente molta più appariscenza dell’uomo, nel vestirsi e nell’atteggiarsi. Pensiamo solo al fenomeno del culto della nudità nella rete, oramai è diffusa e, attenzione, è accettata. Più volte ho ribadito che queste dinamiche mi costringono, portandomi ad una leggera contraddizione con me stesso, a riscoprire quel conservatorismo che poco amo. Il corpo della donna sta diventando qualcosa che, contrariamente al passato, non rappresenta più un tabù, bensì sta diventando una bandiera di battaglia in nome della libertà personale, ed è questo il problema. La nudità nel mondo dello spettacolo esiste da molto e non vi è da stupirsi, io invece ritengo che il problema stia prendendo una diversa strada, ovvero anche le micro-società locali e provinciali stanno iniziando ad accettare la nudità nei social network senza stupirsene, e qui potrei tornare al concetto espresso nell’introduzione all’interfunzionalismo per cui vi sono atteggiamenti che vengono tanto ribaditi ed avviene con tanta insistenza che finiscono per divenire normali. Ecco che, facendo riferimento alle figure degli show televisivi e del mondo del gossip, postare sui social network una foto in cui si intravede il proprio seno non è più così strano, anzi appunto diventa gesto virtuoso, in difesa della libertà, e chi vi si oppone in nome del pudore è visto come oppressore antilibertario.
Io difendo la libertà con ogni mia forza che sia morale, emotiva, intellettuale o spirituale, ma il principio della libertà, come ho scritto nel paragrafo Fondamenti della libertà ed ipocrisia culturale, è efficiente solo se non cade negli eccessi, in tal caso si parla di anarchia.
La questione è quindi che la donna si è ritrovata tutto ad un tratto ad avere il diritto etico di essere riconosciuta come pari all’uomo, pur avendo dentro sé rimanenze di dolore e celando sotto sotto un po’ di rancore. Qual è stata allora l’intuizione che ha avuto? Per riscattarsi, consumata da un naturale ma malsano desiderio di vendetta, ha cercato ogni modo per riuscire a prevaricare l’uomo utilizzando come arma ciò che più rende l’uomo succube: il suo corpo.
Vi sono due esempi che calzano a pennello per cercare di comprendere questo fenomeno: il mondo dello spettacolo ed il trucco. Il mondo dello spettacolo è il segno della società odierna ed è continuamente preso in considerazione quando si vuole evidenziare il lato consumistico della nostra economia e del nostro stile di vita, che, a quanto si dice, si nutre della costruzione di mode e stereotipi che servono come esca tramite cui vendere dei prodotti, dei servizi o più in generale guadagnare. Come ben tutti sanno il mondo dello spettacolo è prevalentemente rosa ( anche se il dato sta cambiando ) ed i programmi che più fanno ascolti non sono certo di carattere culturale, ma si occupano del lato più frivolo e superficiale della vita sociale: il gossip. Tra reality show ( che tutto sono tranne che real ) e salotti pubblici in cui si parla di chi ha fatto che cosa e con chi altro, e chi ha una storia d’amore con chi, si può notare che è principalmente femminile la presenza negli studi televisivi. La donna ha trovato spazio in questi ambienti sociali in cui è apprezzata dal suo sesso che la vede come punto di riferimento e cerca di assumere le sue abitudini e modi di fare per rispecchiarsi, ed è anche apprezzata dall’uomo che segue alcune figure televisive per puro istinto di desiderio sessuale tanto lontano da non soddisfare e uccidere mai il grande anelito erotico. Lo spettacolo, principalmente televisivo, è diventato per la donna un luogo ed uno strumento di riscatto sociale, di cui ella sente il bisogno, che si tramanda di generazione in generazione in ricordo dei tempi in cui i diritti della donna non erano riconosciuti non tanto a livello sociale, quanto più a livello legislativo.
Il secondo esempio che è doveroso fare è quello del trucco. Il trucco credo sia, più di ogni altra cosa, l’espressione pura dell’anima interfunzionalista della donna nella nostra società. Cerchiamo di soffermarci con calma su che cosa significa il trucco a livello psicologico e su quanto sia importante rifletterci per comprendere quanto la questione sia ormai stata normalizzata. Sostanzialmente il trucco è una sostanza che ogni donna applica sul suo viso mediamente ogni giorno ( con correzioni più volte al giorno ) per distorcere e falsificare la sua reale immagine in modo da poter sembrare qualche cosa di diverso da sé. Il fatto è tremendamente tragico. La donna oggi, sin da un’età troppo bassa per poterselo permettere, indossa quotidianamente una maschera estetica, che rappresenta una maschera interiore, psicologica. Dal punto di vista appunto psicologico il caso è clinico. Non è possibile che una persona viva la sua vita con una maschera, senza mai permettersi di toglierla, se non in momenti in cui è impossibile indossarla, e se ne sta senza non come se in quel momento si fosse se stessi, ma come se il proprio viso in quel momento fosse un caso particolare; il proprio viso è ormai percepito vero quando è truccato, struccato è un’eccezione da non considerare.
Tralasciando il fatto che spesso è visivamente brutto, il trucco è il perfetto esempio di interfunzionalismo, e ne riprende due principi fondamentali: il primo è che copre un’insicurezza, mentre il secondo è che è un fenomeno di massa. Il numero di donne che si nascondono sotto una sostanza che copre il loro viso è spaventoso, pericoloso.
Se vi state chiedendo perché questa condizione della donna è circoscrivibile nelle dinamiche interfunzionaliste, la ragione è che come oggi viviamo generalmente in funzione dell’altro, la donna vive ancor più precisamente in funzione dell’uomo e delle attenzioni che egli le dà, rendendola padrona della situazione, e perciò l’uomo è spesso costretto o a soffrire, o a ribaltare la condizione nella sfera emotiva intima limitando la convinzione della donna, o a sfociare in una crisi di follia che porta alla rabbia più irrazionale ed a casi di violenza. Nessuna giustificazione e mille condanne. Bisogna ricordare che spesso l’essere umano sente il bisogno di tenere sotto il proprio controllo le situazioni, e il fatto che l’uomo, anch’egli talvolta con un minimo stereotipo di superiorità, si trova a dover affrontare la realtà, e cioè che la donna gestisce il cuore dell’uomo, lo porta a gesti folli. E perché questo accade? Perché egli vive come nella situazione iniziale in funzione dell’altro, in questo caso la donna, che però riesce a darsi l’illusione, tramite le attenzioni ossessive ed animalesche che riceve, di essere padrona degli altri e di sé.
La donna perciò è riuscita, più dell’uomo, a trovare delle coperture per il proprio vuoto, cercandole nella fama, nella popolarità ( non a caso il mondo dello spettacolo è prevalentemente composto dal sesso femminile ) e nel sesso, che l’uomo desidera maggiormente ma che ella concede. Le modalità non sono una scoperta, ci stiamo rifacendo al gioco dell’avvicinare una bistecca al cane e sottrargliela il più possibile; la donna è l’uomo, noi siamo i cani.

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