La differenza tra autostima e narcisismo

La differenza tra autostima e narcisismo

 

In questo capitolo del saggio mi soffermerò sulla sottile e spesso impercettibile differenza che intercorre tra ciò che è virtuoso e ciò che è patologico. Una volta riconosciuti gli atteggiamenti di chi fa dell’interfunzionalismo un’arma di combattimento sociale, bisognerà distinguere le reali cause di tali atteggiamenti. Cerchiamo di essere più chiari. Si è capito che uno degli atteggiamenti interfunzionalisti è una apparente forte certezza di sé, una forza individuale, una autosufficienza esistenziale; quando notate una persona che sembra essere tale e si atteggia in modo appariscente, dovete capire se quella persona lo fa in virtù di una nobile autostima o se lo fa spinta da un pesante ed angoscioso narcisismo.
Spesso nelle chiacchiere comuni si confondono i concetti di autostima e narcisismo, per cui si definiscono entrambi atteggiamenti mossi dal fatto che la persona è soddisfatta di sé, si piace e si basta. In realtà i due concetti sono antitetici e si contrappongono diametralmente.
L’autostima è tecnicamente il rapporto tra la percezione di sé ed il sé ideale. Una persona dotata di una piena autostima rivede se stessa esattamente come la sua volontà desidera lei sia, e quindi le proprie aspirazioni, intellettuali, fisiche, morali, coincidono con ciò che, secondo la propria valutazione, ella è. Il concetto di autostima è quindi una visione soggettiva di sé che si definisce in base alla reale condizione personale ( sociale, psicologica… ) e porta l’individuo ad essere realmente felice nella dimensione relativa alla sua vita. Avere autostima non significa essere vanitosi, come non significa essere “ pieni di sé “ nel senso in cui comunemente si usa questa espressione. Avere autostima significa essere una persona che, dal punto di vista dell’identità, non desidera essere nessun altro, perché essere se stessa è già abbastanza gratificante. Avere autostima è un concetto nobile, umanistico e felice.
Il narcisismo, invece, è la faccia infetta della medaglia. Come poc’anzi anticipato, spesso nelle discussioni comuni i due concetti si confondono, per cui l’aggettivo “ narcisista “ ha spesso un’accezione positiva, almeno nella società odierna in cui essere troppo pieni di sé è un elemento a favore, ed uno strumento sociale per raggiungere uno status elevato. Il narcisismo non è un fattore positivo, e non lo è per ragioni ontologiche, dato che esso è per sua essenza una malattia dello spirito. Essere narcisisti significa essere vuoti, significa non avere dentro nulla di proprio, e significa perciò avere uno spirito povero, se non assente. Dal punto di vista delle dinamiche sociali il narcisismo gioca un ruolo fondamentale nel panorama interfunzionalista, in quanto, assieme a fattori estetici e fisiologici, diventa l’unità di misura della rispettabilità sociale. Un esempio banale può essere il modello ideale di ragazzo che affascina le giovani d’oggi nell’adolescenza. Oggi le ragazze, come si potrà constatare in molti social network, sono estremamente attratte dalla figura del ragazzo narcisista, vanitoso, pieno di sé, che le usa solamente per soddisfare le proprie pulsioni sessuali; potremmo riassumere queste caratteristiche caratteriali nella parola “ stronzo “ , perdonate il turpiloquio. Ci si chiederà, con una certa naturalezza: com’è possibile che la figura del ragazzo che fa soffrire le donne sia diventata affascinante? Per una semplice ragione, ovvero che una società narcisista è una società che fa gara a chi è più capace di sopraffare emotivamente il prossimo, e chi è più capace in questo diventa agli occhi della società virtuoso, capace.
Riprendiamo un attimo in mano l’essenza del narcisismo. Il narcisismo è quindi, essenzialmente, un atteggiamento per cui l’individuo, vuoto spiritualmente ( potremmo dire emotivamente o affettivamente ) ricerca nelle attenzioni altrui la sostanza di cui riempire se stesso. Una società di individui vuoti sarà quindi una società in cui tutti proveranno a sopraffare l’altro, una società in cui nelle relazioni sentimentali ( o meglio a-sentimentali ) essere la parte dominante diventa gratificante e può divenire, in secondo luogo, materia con cui scolpire la propria identità, un’identità però frivola, fragile.

 

La fusione dei due concetti porta ad un relativismo culturale per cui ciò che è nobile diventa vizio, e viceversa; una società in cui il bene e il male, l’alto e il basso, la destra e la sinistra si mischiano e si confondono, è una società confusionaria, liquida.
La perdizione culturale in cui ci troviamo è simile a quella che Nietzsche analizza nella “ Genealogia della morale “ in cui il Nostro afferma che il cristianesimo ha portato la storia a confondere i concetti di “ bene “ e “ male “ con quelli di “ buono” e “ cattivo “ , rendendo nobile ciò che era debole, e rendendo impuro ciò che era nobile, aristocratico. La pericolosità di tali azioni è che perdere i punti di riferimento porta a smarrire l’orientamento e quindi allontana dall’obiettivo prefissatosi, ovvero il progresso. Dal secolo scorso l’interfunzionalismo ha provocato un totale annullamento dei passati elementi che venivano usati come criteri di giudizio nella sfera etica, lasciando che essi fossero designati dal mercato, dalle mode, dall’élite degli uomini più vuoti. Oggi più si è vuoti e più si appare vigorosi, perché più si è vuoti e più si tende a sviluppare le capacità retoriche e comportamentali volte a far sì che la società ci apprezzi e ci riempia di false emozioni, di cui tutti abbiamo naturalmente bisogno per vivere, ma abbiamo bisogno di emozioni vere.

 

In questo senso la visione individualista della società di cui parlo nel capitolo “ L’individualismo come soluzione comunitaria “ appare il sistema più efficace per sottrarre gli individui al rischio del narcisismo. Una società individualista come io l’ho pensata non è propriamente una società in cui non vi è solidarietà, anzi, è una società in cui l’autosufficienza emotiva di ognuno di noi ci porta ad instaurare rapporti interpersonali solamente quando ve ne è il reale desiderio, scremando così senza difficoltà gli elementi ipocriti del solidarismo sociale. Se i disagi psicologici di una società derivano dal fatto che essa si basa sul narcisismo, ovvero sul bisogno costante di ricevere attenzioni, di essere costruiti dagli altri, la soluzione sarà costruire una società in cui noi tutti disporremo delle risorse emotive necessarie per una vita felice, senza la necessità di comprare vita dagli altri, perché questa è morte.

 

Questa distinzione, che ho ora fatto in senso logico ed anche terminologico, deve però trasferirsi nella sfera cognitiva personale. Ognuno di noi deve cercare di capire nella quotidianità quando si fa qualcosa per se stessi e quando lo si fa per ricercare l’accettazione altrui, in questo modo l’ipocrisia dei gesti fatti per sé ma camuffati da gesti di amicizia o di solidarietà sarà eliminata. Così ogni cosa che si farà concorrerà allo sviluppo personale dell’individuo, e non alla diffusione epidemica di questa patologia.

 

La nostra è una società ipocrita, falsa, opportunista nella sua sfumatura negativa e povera. L’opportunismo vero è capace di creare una rete sociale che sia basata sulla verità, in cui i rapporti tra le persone sono reali ed esistono solo in funzione del godimento delle parti che ne sono coinvolte. Si tratta di un nuovo umanesimo, che deve sostituire questo culto dell’ingannevole socialità.

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