IL PROBLEMA DEL TEMPO

IL PROBLEMA DEL TEMPO

 

 

“Questo bel tempo mi pesa e mi tedia.

Soltanto dopo giorni di pioggia

deve risorgere, simile a un quadro,

la rosea primavera e rinverdire”

(Gérard de Nerval)

 

 

Alla luce dei recenti avvenimenti. Ecco, fermiamoci già, analizziamo la frase. Perché “alla luce”? Risposta ordinaria? Perché è accaduto un fatto ben preciso, con un soggetto preciso che ha compiuto qualcosa in un dato luogo a una data ora, dunque c’è la “luce” sufficiente per poterne scrivere oggettivamente, giornalisticamente. L’evento è chiaro, perspicuo, razionale. Ma questo presuppone un corollario abbastanza inquietante, che recito io: il solo fatto che l’avvenimento sia diventato chiaro e “spiegabile” razionalmente non significa che sia razionale, tantomeno ragionevole. E che si sia autorizzati obbligatoriamente a speculare, giudicare e dire la propria su esso, e questo la gente non l’ha capito.
Inoltre, “alla luce” può anche voler dire che da un fatto tragico e oscuro è in qualche modo venuta la luce, che solo eventi tragici recano chiarezza alle cose, abbattono le rifrangenze fallaci, e portano a riflettere a tu per tu con il trasparente, il cristallino, il vero. Che al di là di quella trasparenza vi sia oro o sterco poco importa. Conta solo che le cose si vedano veramente, realmente, senza veli. Quindi “alla luce” un corno. Impariamo a leggere i fatti da prospettive diverse. Riflettiamo innanzi tutto sulle parole che adoperiamo, molto e molto prima di parlare e tanto meno di agire. La ruota affascinante e spietata della Storia dovrebbe già averci insegnato che una singola lettera può fare la differenza tra la vita e la morte. Quindi attenzione alle parole, al loro potere, e alle trappole delle frasi fatte che sentiamo, volenti o nolenti, ogni giorno della nostra vita.
I recenti avvenimenti, che dicevo sopra (e che tutti ormai conosciamo) mi hanno portato a riflettere non tanto su paroloni tanto di moda ora, inopportunamente sperticati, iper logorati e abusati, come “fede”, “diritto”, “libertà” et cetera (termini che lascio a persone anni luce più adatte e più competenti di me) quanto su un concetto ben più ampio e grave – e vi metto la maiuscola – il Tempo. Ovvero, come percepiamo il tempo oggi, ora, noi come esseri umani individuali, come lo percepisce un popolo dall’altra parte del mondo, o un nostro concittadino a qualche isolato da dove siamo. Se sia o non sia lecito giudicare su come il prossimo nostro spende, investe o vive il proprio tempo.
Penso sia questo il problema principale oggi, nell’assimilazione degli eventi propriamente storici, che segnano la storia e chi vi sta dentro. Un problema che intacca proprio la sfera del Tempo nel senso più esteso e profondo, o che comunque promana strettamente da esso. Partiamo da una chiara constatazione: la “dimensione social” del mondo è sempre più vasta e accettata. Ovunque ognuno a ogni secondo può dire ciò che vuole. Bellissimo, lo ammetto. Ricordiamoci che però a un certo punto le cose accadono, e a differenza del social, la tragedia accade; e la tragedia non è per niente “social” con chi la subisce. Qui c’è già una prima sfasatura temporale, tra chi è coinvolto realmente nei fatti e chi invece procede dritto e veloce con la propria vita e il proprio pensiero: sente, mette un commento e se ne va a letto. Di qui alterchi, litigi, provocazioni, incomprensioni e perdite di tempo; e parlo in un’ottica generale, al di là di quel che è successo nello specifico.
Ultimamente, spendendo con equilibrato interesse un po’ del mio tempo in ambiente Twitter, ho sentito gente, raccolto pareri, opinioni, idee. C’è molta attività, fermento, molta voglia, quasi smania di mettersi in gioco; chi si sveglia e rilascia una bella foto con un bella frase, e aspetta seguaci, chi lancia un sasso e gli utenti vi si appiccicano come gabbiani a un ormeggio catramato. Conta molto l’estetica, la buona riuscita del tutto: un motto affascinante e calzante, farcito dei giusti hashtag e citando le persone giuste nella quantità giusta; oppure video e commento, foto e didascalia. Quando le due cose funzionano diventa un matrimonio di successo. E il successo è maggiore se azzecchi il tempo giusto, l’orario più consono in cui lanciare la tua idea, in cui lanciare te steso. Questa è la giornata tipo di un utente, di un uomo che è entrato nella “dimensione social”. Curare se stessi, aggiungere idea sull’idea, curarsi degli altri e di cosa pensano (o dichiarano di pensare). Raggiungere persone, lanciare provocazioni, fare la propria piccola crociata. Tutte cose potenzialmente utili. Non nego che comporre tweet sia diventata quasi un’arte, anche solo per un fatto meramente estetico o di sintesi ben tornita di un concetto. Certo non tutti si è bravi o portati. Parlo del comporre tweet, come del cucinare un ragù che sia decente, o governare un paese.
Ognuno ci arriva a modo suo – se ci arriva (e non è doveroso arrivare sempre tutti ovunque, sarebbe pericoloso!) – e soprattutto ci arriva con i propri tempi. E i tempi non sono mai uguali per tutti. Scandire il tempo della propria giornata è una delle cose più difficili che un essere umano possa fare nel tempo che gli è concesso. Sono nati addirittura studi apposta, su come gestire il proprio tempo e spenderlo nella maniera più utile e intelligente possibile. Vediamo quanto è divenuto alto l’ingegno dell’uomo, come l’uomo è veramente capace di studiarle tutte, studiare tutti gli studi possibili! Per non affrontare il problema del Tempo. Parola sorda, che sparisce in se stessa. Parola biforcuta che ti stritola dall’inizio della sua “T” alla fine della sua “O”. Un pregio del tempo è la sua semplicità: tutti ne siamo soggetti. Chi più, chi meno, a seconda delle proprie bergsoniane o proustiane sensibilità certo, ma tutti sbattiamo sul tempo, affrontiamo quel testardo Dragone che è il Tempo. Quindi prima di giudicare questo o quell’altro, chi ha fatto bene e chi ha fatto male, mettiamo dinanzi a noi la scure equanime del Tempo, e guardiamoci: ogni persona viva ha tempo di vivere, e dal momento che vive ha tempo di fare ciò che vuole, ciò che deve; è giusto che ci sia il tempo che uno faccia qualcosa o che non lo faccia, è normale anzi giusto che tutti noi, a un certo punto, abbiamo tempo anche per sbagliare. Alcuni sembrano essere in un tempo lontanissimo rispetto al nostro. Se noi siamo avanti nel tempo e altri sono indietro, ci saranno molti altri ancora più avanti e altri ancora più indietro. E sarà sempre strano e confuso tutto questo, ci arrecherà disagio e inquietudine, ci sarà comunque chi si lamenterà: ma perché uno fa così? L’altro già pensa al futuro o a quando andrà in pensione? Ma perché quello non c’è mai, non parte, non parla, arriva in ritardo, oppure – classica frase – dopo tanti mesi o dopo tanti secoli “non l’hai ancora capito”?
Commemoriamo quello che va commemorato, prendiamocela con chi crediamo, e se sentiamo di doverci unire facciamolo in modo veramente onesto, sentito, per un obbiettivo concreto, non gettando frasi fatue al vento. Ricominciamo un po’ a provare quel senso “umanista” che per secoli ha fatto progredire le Scienze, reso grande l’uomo e prodotto opere di straordinaria bellezza; ma soprattutto non limitiamo le nostre vedute piangendo solo della nostra misera porzione di pianeta, ma siamo più consapevoli del momento storico in cui viviamo.
Se facciamo assieme questo salto a mille piedi nel Tempo allora potrà nascere una nuova solidarietà. Io credo in questo. Accettazione. Che non vuol dire arrendersi, rassegnarsi a un operandum inesorabile, concedersi a una macchina impazzita. Ma sta nel non giudicare e nel non lamentarsi sempre. Non sta nelle opere di bene compiute per dovere o per modaiolo senso di “sensibilità di sensibilizzazione alle situazioni indigenti” o robe del genere – cioè un modo carino di dire “nulla”. Basta un pensiero ogni tanto, magari un pochettino più vasto, al Tempo e alla Storia, a queste due cose enormi e ridicole, quasi retoriche nella nostra bocca contemporanea! Ma cose che (vi dirò un piccolo segreto) al contrario di uomini, e popoli e imperi non sono mai morte: pensiamoci, con tutta la calma e il rispetto, e forse si vedrà la realtà con un’altra ottica: si smetterà di sentirsi i narcisisti protagonisti di una cronaca senza gloria, ci si sentirà piccoli ma consapevoli, piccoli Costruttori (ognuno a suo modo) e forse si inizierà a intervenire bene, fortemente, efficacemente, al tempo giusto, quando serve; non guidati perennemente dal Caos.
Questo “pensiero” a me lo porta sempre, come un regalo d’infanzia che aspettiamo ogni volta con le lacrime agli occhi, la Poesia. Forse coincide con la Poesia stessa. E penso che fra i tanti miracoli che può compiere questa Somma Arte, vi sia anche quello di calmare e innalzare gli animi, almeno per un istante del loro tempo, dalle contingenze, dallo sconcerto per la “dannata tragedia umana”, che (non è sorpresa) nel mondo purtroppo vi è sempre stata. E questo ci addolora, sì, ma nel contempo ci rende più forti, magari veramente uniti, e più Costruttori che distruttori, cittadini del Tempo senza paura di abitarvi.

Silvio Magnolo
(Editoriale dei Fischi di carta numero 25, Febbraio 2015)
Illustrazione di Sara Traina

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