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    Giuseppe Belcastro
    Partecipante

    28/06/09

    VOLONTA ‘ E ASPIRAZIONE

    Chi non ha mai usato i termini di “volontario” e “involontario”,
    Significando un gesto che si voleva fare o non fare? Già Freud aveva intuito così bene, con il suo “lapsus” una volontà per così dire nascosta, inconscia, che ci farebbe fare proprio ciò che volevamo fare, ma sarebbe appunto una volontà che sfugge al nostro controllo, in definitiva non consapevole, non presente alla mente, nel momento del gesto. Ed il gesto allora, potrebbe assumere la valenza di una specie di rivelazione, su ciò che veramente volevamo fare. Potremmo parlare di una volontà relativa, legata alle sistemazioni mentali che abbiamo elaborato sul mondo, quindi sezionata e selezionata secondo le nostre necessità vere o presunte, mutevole come i nostri giudizi sulle cose, nella prospettiva di nostre aspirazioni. E poi potremmo parlare di una volontà assoluta, che non tiene conto di nessuna delle nostre aspirazioni particolari, che sono solo strumentali alla aspirazione assoluta che essa porta. Ad esempio, in nome della volontà assoluta, che noi direttamente siamo, che ci fa, siamo mossi dalla aspirazione alla felicità e quindi, in modo relativo noi ci diamo molto da fare per realizzarla, naturalmente anche disconoscendola come tale, giudicandola irrealizzabile e quindi adattandosi a surrogati di vario tipo, o addirittura identificandola con gli strumenti stessi che usiamo per raggiungerla, ma in tutti i casi è quella, che vogliamo, è solo quella, che ci muove, solo quella, la volontà, la nostra volontà, che ci è, che ci fa. Lungo il percorso, invece, possiamo anche credere che il possesso di molti beni materiali, possa portare se non alla felicità, almeno al cosiddetto benessere, ma noi vogliamo la felicità, in accordo con la volontà che ci è, non il benessere, infatti quando il benessere
    arriva, non ci basta e non ci basta niente di tutto quello che crediamo di possedere, di volere, di fare o di desiderare. Il problema sta proprio nel desiderare, nel volere, nel fare, nel voler fare. Se la volontà e l’aspirazione alla gioia sono già la nostra base, non è un tradimento di quella, rimpiazzarla con un’altra volontà nata dalle nostre elucubrazioni sul mondo? Di chi è quest’altra? Chi è costui? Già, sono IO, è IO che vuole, elabora e decide: l’EGO. Da lui appunto, egoismo. Quando arriva una gioia, arriva perché non la aspettavamo, non può venire nessuna gioia da un calcolo, un desiderio, come se una gioia già provata potesse ritornare. Perché è proprio sulla base di una esperienza di gioia che noi formuliamo volontà e desiderio di riprovare quei rari momenti di benessere, (senza l’oppressione dell’IO) che ci aveva trovati impreparati, inermi, semplici. Ma una volta provata una gioia, elaborata, desiderata, aspettandola così prevenuti potrà tornare? Assolutamente no, ne verrà forse qualcuna inaspettata, nei modi, diversa da quella che si desiderava, perché appunto, ci deve trovare impreparati per venire, ma è poi veramente un venire? Dov’era prima? Viene da un altro? Allora quell’altro sarebbe il mio dio, colui che mi plasma ancora! Chi, dentro di me lo vede come un nemico? forse viene da me stesso, ma come può qualcosa venire da sé a sé? Non c’è movimento, a meno che la gioia non fosse già lì anche prima, nascosta da foreste di pregiudizi, su quello che mi appare, perché IO deve essere preparato, su ciò che appare, IO credo di sapere via via ciò che ho di fronte. Invece in realtà noi non sappiamo veramente mai cosa abbiamo di fronte, nemmeno se avessimo nostra madre di fronte, potremmo sapere tutto quello che è, appunto perché è tutto ed ogni singola cosa è il tutto, per questo motivo tutto è sacro. Ma noi crediamo di sapere, appena questo controllo allenta le briglie, ecco arrivare la gioia o il terrore, tutti e due infatti hanno bisogno del non sapere, per manifestarsi. In realtà la sola cosa che si può manifestare è la gioia, l’aperto, la liberazione dai vincoli, la luce, perché è la sola energia che esiste, l’amore. Ma come mai posso vederla come nero, solitudine disperazione e terrore, anche se queste energie non esistono? Perché quando l’EGO allenta le briglie per un dolore estremo o per un trauma, è pur sempre ancora lì a dirci: – cosa MI sta succedendo? Cosa sta succedendo a ME? – ma lui non è altro che una immagine, una fantasia costruita da noi per gli altri, dagli altri, è il mondo, non è noi. noi siamo in disparte, siamo quella luce, quella volontà, quella gioia e allora potremmo vederla e viverla proprio come è, come se la vivesse un altro, allora quella disperazione è del mondo, è dell’altro:- “così soffrono!” verrebbe da pensare, – “così soffre questo mondo, questo corpo” e così, rientrare legati al corpo, a quel nostro nome particolare, dato dagli altri a quel corpo, (quindi appartiene agli altri), per continuare a provare dolore per conoscere e uscire a provare gioia nel vero noi, senza nome, perché quella pura energia di amore che siamo, è proprio quella stessa che sta da tutte le parti e in tutte le cose

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