Fondamenti della libertà ed ipocrisia culturale

Fondamenti della libertà ed ipocrisia culturale

 

Di questi tempi, ma forse meno rispetto ad altri, è frustrante la vita di società per un uomo di libertà come me, per un’anima rapace del pensiero, per una personalità istintiva e dinamica, difficile da rinchiudere in una gabbia di valori ed abitudini comunemente consolidate nel comportamento “ politicamente corretto “, che più di ogni altra cosa, assieme all’ipocrisia da cui è spesso accompagnato, irrita la mia non-morale. Con questo non intendevo chiaramente dire che un uomo di libertà è privo di morale, ma piuttosto, attraverso la suggestiva espressione di non moralità, che un uomo di libertà deve accettare e rispettare la libertà di qualsiasi morale, che ad egli piaccia o no. Detto ciò, un uomo di libertà ha sempre, come ogni uomo, una struttura morale che lo guida nelle sue scelte della vita e nella vita, nei percorsi da seguire, su come seguirli. Certo è, però, che un libertario ( e liberale ) è dotato di una struttura morale meno consistente di un conservatore, che spesso erroneamente si associa al liberale di destra in politica, non tanto per la qualità degli elementi morali di cui è costituita, bensì per la quantità di leggi e vincoli morali che le appartengono.
Un uomo di libertà ama lo spirito, ama l’anima, ama gli istinti e le passioni di noi esseri umani, ne ama le espressioni e le tutela come diritto imprescindibile dell’attività umana nella vita privata, nella società, nella politica e nell’economia, entro i limiti per cui esse possono essere tutelate.
Fatto sta che se dovessimo seguire nella sua interezza questo ideale senza porvi alcun limite, la questione diventerebbe contraddittoria nella propria parte ontologica. Facciamo un esempio per capire di che cosa stiamo parlando: se dovessimo tutelare senza vincoli la libertà individuale, io che ho ipoteticamente ricevuto un torto da un’altra persona avrei, se il mio istinto animalesco me lo permette, la libertà di ferirlo e, perché no, di ucciderlo. Perché però dico che sarebbe controproducente ontologicamente? Perché chiaramente nella mia libertà andrei a sottrarre a lui la libertà di poter decidere secondo i suoi strumenti quando vivere e quando morire, allora in questo caso il mio desiderio di giustizia è chiaramente meno valido del suo desiderio di vivere. E’ importante allora, visto questo caso, sottoscrivere quali libertà fondamentali non possono essere violate dalla libertà dell’altro, in quanto necessarie per assicurare un equilibrio di livello di civiltà necessario per poterci definire una comunità umana ed evoluta, e su questo siamo bene o male tutti d’accordo.
Intendo perciò, secondo il mio senso dell’etica e secondo la Legge della Repubblica Italiana, precisare quali ritengo siano i diritti fondamentali dell’uomo, per potere poi vedere quali leggi etiche sono sopravvalutate e considerate inviolabili secondo l’etica comune e politicamente corretta, mentre da me considerate violabili secondo la personale volontà di farlo.
Chiaramente nessun libertario e liberale si permetterebbe mai di affermare che è accettabile violare la legge del proprio stato per poter esprimere a pieno le proprie volontà ed i propri desideri, e se mai io da uomo di libertà che mi considero sentissi questo desiderio e ritenessi una certa legge limitante una mia libertà innocua per la società e per gli altri, il mio mezzo per rivendicare me stesso non sarebbe la violazione della legge, bensì seguire un percorso legale per far sì che quella legge venga abrogata. Non c’è estremismo rivoluzionario in me, né in alcun liberale vero; non c’è violenza in me, tantomeno in alcun liberale vero; non vi è anarchia in me, come non vi è in alcun liberale vero, c’è però energia in me, come in ogni vero liberale!
Così, precisato che rispetto la legge e sottometto i miei istinti ad essa, ciò su cui vorrei posare la mia attenzione è il concetto di etica e come la nostra società reagisce a chi non la rispetta e la combatte.
Innanzitutto mi sembra banale ricordare che l’etica muta le proprie forme molto frequentemente e in modo talvolta molto radicale, dettando per ogni momento storico un comportamento da tutti accettato come corretto, un’idea antropologica che diventa giusta ed incontrastabile. Facciamo degli esempi. In questi ultimi anni tra politici ed intellettuali il comportamento prevalente, o meglio, che si cerca di far prevalere, è quello della figura che tutela il popolo, che rivendica l’uguaglianza delle genti, che difende il più debole, che si esprime in modo pacato rispettando chiunque. Potremmo dire, come ricorda bene Nicola Porro nel suo ultimo libro “ La disuguaglianza fa bene “ ( di cui poi parlerò più volte ) che il pensiero eticamente buono ora è il pensiero di sinistra con tutti i suoi valori sociali, e fa notare come la destra, dal dopo guerra, sia vista come la politica violenta, ingiusta, che riporta agli ideali del fascismo. Fermatevi ora dieci secondi a pensare, ma fatelo davvero e, a meno che voi stessi non vi riteniate di destra ed accettiate con libertà quell’ideale, immaginate la sensazione che provereste se un vostro caro amico, nel mezzo di una discussione vi dicesse: – Io sono di destra – . Personalmente, dopo questi dieci secondi, ammetto che venendo da una storia, una famiglia ed un’informazione politica di sinistra, la sensazione è a lungo stata di rigetto. Ovvero, essendo io estremamente emotivo, ho la fortuna di ricordare una vera e propria emozione di rigetto e leggero disagio nel sentire qualcuno definirsi difronte a me “ di destra “ . Perché la destra nell’immaginario ignorantemente comune è fascismo, è disinteresse del povero e tutela del ricco, è violenza e mancanza di ragionevolezza. Questo è un omicidio di idee. Per questa ragione scrivo queste parole, per far capire che bisogna dare voce a chiunque, che dovete eliminare le ipocrisie, che nessuno deve dire a nessun altro come esprimersi e cosa esprimere. Per far capire che la censura dei valori politicamente scorretti è un atto violento e pericoloso, che porta il censurato alla frustrazione, alla nevrosi delle idee rimosse perché non accettate, al pensiero unico ed alla morte della creatività, all’estinzione della molteplicità della cultura in una società.
Per questa ragione, ovvero la fragile base democratica dei giudizi della società, difenderò col mio cuore e con le mie idee la completa libertà di espressione, nei limiti della sicurezza fisica personale, senza invece limiti lessicali, senza condannare il turpiloquio, senza condannare alcuna idea, tantomeno il tabù del fascismo! Con questo non voglio in alcun modo dire che condivido l’ideale sociale del fascismo, ma voglio farvi notare la prova più tangibile della discriminazione da parte del pensiero ritenuto unicamente valido della sinistra. Immaginiamo che in un talk-show vi siano due ospiti che dibattono, con il conduttore come moderatore come sempre accade, ed immaginiamo che uno dei due, ad un certo punto della discussione, affermi testualmente: – Io sono un comunista! – . Nessuno s’indignerebbe, a parte forse qualche saggio sociologo che, dotato delle sue conoscenze, potrebbe criticare o deridere l’affermazione nel suo contenuto per la sua fanta-scientificità. Immaginiamo ora, però, che il secondo ospite del programma televisivo affermi con altrettanta decisione: – Ed io sono un fascista! – : mezzo popolo s’indignerebbe. Eppure, se dobbiamo vedere la storia, il comunismo ed i suoi regimi hanno portato molta più morte del fascismo o del nazional-socialismo. E’ assolutamente visibile perciò che la natura del pregiudizio è puramente mediatica se difronte ai dati ed ai fatti non vi è alcuna ragione per cui il fascista dovrebbe scandalizzare mentre il comunista no. Il pericolo è allora che l’impossibilità di esprimersi liberamente senza essere giudicati in maniera tragicamente negativa porti la sopravvivenza delle uniche teorie politiche accettate, ovvero quelle di sinistra, il che minerebbe l’elemento forse più importante in democrazia: la molteplicità delle idee.

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