ESCURSIONE

 

Gavinana 15 05 2005
 
 
Dalla terra indistinta tra il giallo che riluce
nella notte e nei pensieri
sulle ali dell’airone magia posata sulle acque
e tutte le forme da indovinare
per il cucciolo che scopre e farà suo quel ciottolo
quel filo d’erba il fiore e la spina
quel gioco e quella paura quella sua gente
che unirà nel vortice dell’anima
dal Germano dei monti per la neve bianca
la pace degli Abeti e le splendide Amanite
al Polligrone delle fiumare tra la pazienza delle canne
e i pesci che disegnano spirali infinite
tra le povere sponde e i piedi nudi
sensuali sulla terra come fiori al polline
da Santo Nicolicchio al castello di Crotone
dai campi di grano al mare
dall’odore di terra al sale e i respiri delle risacche
la stella marina data per un soldo
nel porto dai mille colori e gli occhi ubriachi
vite urtate per caso in quel pianeta
e ritrovate in un altro miglia e miglia nel tempo
dalla frana della Rocca al bivio della memoria
il piccolo giardino abbandonato
e nei sogni altre frane sposate ai fiori selvatici
bellezza clandestina venutaci a trovare
profumo di stampa nei sospirati giornalini
e nuotare tutti accolti
nella stessa povertà nei cani bastonati
nell’ordinaria ferocia
e nei dolcissimi frutti fantasie sensuali
la festa delle incursioni nei campi sterminati
dove il sole e le angurie gareggiano nel rosso
piccoli ladri come passeri impazziti
reclamanti una sola piccola cosa al giorno
i sensi che si nutrono di cose
l’anima che si nutre dei sensi
di cose più sottili ancora negli sguardi
riposando dalle più antiche battaglie
scritte sul profumo dei corpi
nei pensieri, scrigni stravianti che apriremo
solo alla morte
senza nessuna vergogna nella breccia
sulle mura del castello
corpo ferito dalle storie, dai saccheggi del tempo
le cicatrici, viottoli per l’acqua e le persone
terrecotte violentate dalla pioggia
e giochi luminosi nelle rughe
tra gli anfratti e le piante dell’incuria
nella mimica della guerra urlata
con bastoni pietre e coperchi di Quadare
nelle piccole violenze della Marina
tra gli scudi bronzei degli eroi
che dormono il sonno delle pietre
amico il mare per il gioco o affogare
per la spinta cattiva
poi il cattivo racconto dei padri
dalla guerra in Africa alla violenza della campagna
dei boschi e degli altipiani
padri che tornano a punire e madri
che si battono la testa con i pugni
i figli attoniti di fronte al buio delle contrade
l’odio esterno che dilaga nelle case
sui sentieri della parentela
tra le prime febbri delle dolci malattie
nel centro sacro del corpo della madre
fino alla pace di qualche istante ancora
frammenti luminosi di pietà e ricordo
che parleranno alla fine senza più parole
così come nel sogno
si muove il corpo dei pensieri
fino a Sarripoli nella casa del Demonio
nel freddo sconosciuto pieno di acqua sottile
respirata come lacrime dell’aria
nel bosco come in sogno nei campi molli
dietro alla cavalla fuggita e la mucca
dai pensieri storti come i corni
strozzata da una mela e il padrone
unico rapporto feudale che lega Acacia e liquirizia
more di Gelso e Loto nello stupore
di altre differenze
nel terrore del cimitero di notte
e la vergogna di confessarlo ancora
causa di piccoli razzismi dentro l’anima
fino alla scuola negata
per chi non ha che questa vita
nel timido sorreggere la borsa di un’altra vita
che non ti appartiene e dire addio al mondo
poi studiare negando quello che sappiamo
all’eclissi di sole previsto e freddo
presagio di morte per qualcuno
e i campi abbandonati
lasciati anche noi dai Kennedy e i Roncalli
soli sui banchi della scuola
un disegno infantile senza autorità
perchè ancora incondizionato
dai moralismi imperanti
ma ora che io sono quello, vedo queste cose
e vedo ancora la prima Pistoia
di questo nostro tempo
il poco filo che ci è dato di riannodare
i campi e le vigne della camionabile
dove cominciava a nascere Pistoia Nuova
ancora verde lacerata solo da rotaie
felicità dei panini panciuti e cioccolata bianca
bicolore come il cielo pieno di Rondoni
il mercato della Sala e le baracche verdi
economia locale nei frutti e negli ortaggi
gli urli venivano dal mare e il pesce
dalla voce più forte che ci fosse come a Napoli
il vino dal San Baronto
i Broccioli e le Lasche il busto dei ranocchi
dall’ombrone, dai due Vincio e dalla Brana
fritti sul momento dal quadrato Renzo
e tutte le vite che siedono sul tavolino solo
passano e vanno
tra i pesci e i pani e ancora qualche odore
di selvatico non meno dei salumi e dei formaggi
Terzo dai modi effimeri e Otello
dal culo materno
Remo e Rita felicità sboccata della notte
via Tomba il massimo dei desideri
regno della Mariannaccia e della Carla
vestita da maschio fino alla morte ed oltre
rivoli di peccatori innocenti di fronte a questo mare
e più non vedono i miei occhi altre cose
se non le vie che mutano le insegne
e qualche figlio disgregato nelle botteghe nuove
il Modernissimo, nome ironico di cinema
sparito nella calca di altre visioni
lasciando la mia fissata sulla immagine
dei genitori seduti in terza fila
lontani spazi siderali a quell’evento
fino a i dolci monti della Femmina morta
Goraiolo e Marliana prima ed unica festa
per il nome a San Giuseppe Frittellaio
la dolce farina fritta nella padella immensa
scritta nella mia forma elementare completata
tra il rossore di un bacio
e la tregua nella guerra delle percosse
poi nei fiori di Pescia di schianto
violenza e luce tra le nere sottane
del potere secolare
e carcerieri con pugni e frusta dal nome di Pio
il no alla schiavitù diplomata e corretta
per l’altra che lasciava liberi i sogni
e le mani affaccendate senz’anima
tra i fratelli operai di mille aziende
pervasi dalla magia della conoscenza
e subito persi nella stessa sorte
perse le memorie tra gli arnesi di molti mestieri
esclusi dalle belle giornate pensate di altri
e le domande iniziano irrisolte
ossessive agli orecchi dei fratelli
nell’insonnia dei primi tempi
fino alla scoperta delle parole
nei vortici del vuoto nel dire e suscitare
altre infinite parole che dicono del detto
senza fine se non soccorre il gesto
parole dette in panchina ad orecchie
di suora mancata all’amico zingaro
alla ragazzina già vecchia di sesso
e a tutti quelli che vivono normale tutto
mentre ero nel fuoco delle cose
discordanze fautrici di battaglie
Giuseppe amico Rom morale diversa
uguale sorriso ucciso dalle sbarre
Adriano rosso nei capelli
Robert dono di guerra nero e Luca
portiere eroico dal busto olimpico
e le gambe imprigionate dalla sorte
le stampelle sulla porta ma i tuffi e le parate
zittivano le grida
Enrico Toti nella guerra delle differenze
fino alle gambe generose della Miranda emiliana
e il giudizio trattenuto del buon padre
collegio-famiglia allargata
su giochi sensuali più vecchi del mondo
dove si condanna se stessi
nella libertà degli altri più naturale della natura
ai Leoni e i serpenti gabbie e teche
delle nostre paure illusi di tenerle fuori così
e l’orgoglio sciocco di fare il soldato
previssuto fantastico di aspettative
l’impatto tremendo con la realtà che tradisce
con angoscia fugge dalle mani
al trovarsi ancora con le stesse domande
a cui nessun fratello risponde
nel tempo delle piazze colme di ragazzi
e nell’aria fumi di sogni e ideologie
respirate per forza senza maschere e filtri
per la generosa vulnerabilità
dei luminosi fanciulli
libertà e desiderio guerre e diritti
bisogni primari strutture e infrastrutture
pulsioni luminose e liberanti che balbettano
e inciampano tra le macerie delle gabbie
viste per un attimo
fino a farne delle altre nuove di zecca
perchè il mondo non è pronto
perchè l’anima intuisce e la parola resta indietro
portatrice di semi inospitali alla luce
ma quel tempo fu prodigo del dolce amico
apparso nel buio della domanda irrisolta
e non importa se le mille parole sconosciute
facevano ressa nella mente
tra le pareti del diaframma e rimbalzavano
sulla porta del cielo
l’amico entrò nella mia tenda azzurra
dal fuoco dell’entrata
sacra e difesa contro il mondo e chi vi entrasse
ospite per sempre
finalmente si aprivano i polmoni della mente
altri strumenti venivano in soccorso
della Grecia luminosa che si dibatteva
nei meandri della mia confusione

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