Il difetto della nostalgia politica

Il difetto della nostalgia politica

 

Oggi ho passato un’ora circa a guardare una vecchia intervista di Enrico Berlinguer a Mixer, intervistato da Giovanni Mioli. Ho seguito e guardato l’intervista con il cuore di chi in guerra si concede alcune ore di pausa e di tregua per cercare di ritrovare quell’obiettività sana e razionale di cui tutti siamo infondo dotati. L’ho guardata con mio padre, dichiaratamente comunista, forse per fargli un favore o forse per cercare di capire che cosa il comunismo ha portato nell’animo delle persone, e questo è forse il suo difetto: colpire l’animo e non la mente. Tuttavia, di tanto in tanto mi concedo di riconoscere la grandezza e l’importanza culturale di una figura come Berlinguer, si tratta infatti di un mondo che io non ho potuto conoscere. Quella calma nel parlare, quel lessico impeccabile e quella sincerità nelle dichiarazioni sono qualità che nei soggetti politici di oggi possiamo sognarci. Mi è rimasta impressa la sincerità con cui Berlinguer ha affermato, parlando del potere: “ Il potere è un mezzo non sufficiente ma necessario per realizzare gli ideali in cui credo “ aggiungendo poi, alla domanda su che cosa lo infastidisse del potere: “ Mi dispiace che il nostro potere sia insufficiente per portare alla realizzazione gli ideali in cui credo “ . Un politico che oggi facesse un’affermazione simile sarebbe accusato di cesarismo, con l’ipocrisia di chi vuole nascondere che il potere esiste ed è uno strumento elementare per fare politica. Il metodo comunicativo odierno è impregnato di piccole particolarità per cui ogni cosa che sia vera e legittima ma che si possa accostare, anche lontanamente, al populismo o all’autoritarismo, si nasconde tramite sinonimi improbabili o allusioni a cose non vere, pur di giustificare la propria falsità. L’aspetto forte ma allo stesso tempo basato sul consenso popolare del potere espresso da Berlinguer si fa solamente carico dell’importanza e della responsabilità morale di cui i partiti si facevano carico, disegnando il potere non come un lusso o un privilegio da nascondere, bensì come un mezzo tramite cui realizzare un compito spirituale da portare a compimento utilizzando ogni mezzo democratico e costituzionale.
Eppure io, che con gli ideali di Berlinguer ho poco a che fare, ho sentito quel sentimento civile che caratterizzava la vita politica di quei tempi, sia di chi faceva parte delle istituzioni sia di chi militava nelle piazze in difesa delle proprie idee e che con la parola, il discorso e la dialettica portava fuori di sé, in senso hegeliano, tutto il materiale intellettuale che portavano nella mente. Insomma, vedere certe cose fa venire una gran voglia di proporzionale…
E se non volessimo parlare di Berlinguer potremmo tuttavia parlare di Almirante, riconosciuto e ricordato per le sue grandi capacità oratorie, adottate forse dal carattere genetico dell’arte del discorso che dal fascismo aveva ereditato. Anche grandi figure della sinistra hanno dovuto ammettere la grandezza di Almirante e del suo portamento, cose che noi ora possiamo solamente guardare in vecchie interviste con la nostalgia di chi è innamorato dell’arte e soffre a non vederla in politica.
Tuttavia, questa nostalgia è solo una questione romantica, perché ha l’odore del buon vino invecchiato in mezzo al mondo della Coca Cola e degli energy drink. La realtà sociale, tecnologica, industriale, massmediatica, culturale, artistica, ha preso una via in cui abbiamo sicuramente superato il punto di non ritorno. Le grandi parole stonano con l’ignoranza e la povertà linguistica dei programmi televisivi. Ammettere le proprie colpe ed accettare compromessi politici è un gesto che non può più verificarsi in un panorama politico in cui i dibattiti tra parlamentari hanno raggiunto livelli piuttosto bassi. E’ vero che le etichette ottocentesche di destra e sinistra sono ormai da superare, ma chi, come me, ama la cultura politica più che la tecnica politica, fatica molto ad accettare questo cambiamento.

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