Il compromesso della coscienza

Il compromesso della coscienza

La storia della filosofia, la storia dell’arte e la storia che ripercorre ogni percorso che riguarda l’attività creativa ed intellettuale dell’uomo ci ha sempre fatto notare che le grandi produzioni umane sono spesso accompagnate da grandi dissidi interiori. C’è chi accetta questa costante come principio fisiologico della condizione umana, e c’è chi vi si oppone fermamente rifiutando di collegare il disagio psicologico alla grandezza artistica. Io devo dire che mi posiziono con convinzione nel primo insieme. La mia esperienza personale e l’analisi che personalmente faccio delle grandi figure intellettuali della storia mi ha portato a ritrovare con continuità la presenza del disagio nella biografia di queste figure, che quasi come una legge naturale si affianca alla profondità del pensiero come elemento essenziale per la sua esistenza. Tuttavia la mia può sembrare una visione sentimentalista e romantica, nel senso decadentista, del processo di creazione degli artisti, invece trovo che la sofferenza sia un tassello che sta alla base dell’arte, anche se non deve diventarne nucleo vitale. La spiegazione che propongo però, appunto a differenza di come può sembrare, non è affatto romantica ed irrazionale, ma si tratta di capire che i processi mentali che intercorrono nella persona hanno inevitabilmente come conseguenza la riflessione sulla vita e il desiderio di conoscenza. Ripensiamo a Nietzsche; si può dire che Nietzsche sia il più importante dei filosofi moderni e si può altrettanto dire che il suo pensiero ha segnato una svolta epocale nella filosofia, portando, che lo si voglia o no, il pensiero attuale a dipendere dalle rivelazioni e trasvalutazioni morali da Nietzsche fatte. Se però si legge e studia la biografia di Nietzsche, ci vuole del coraggio a dire che la sua vita è stata semplice e serena. Perde il padre all’età di sei anni, si trasferisce diverse volte, è pesantemente affetto da malattie psicosomatiche e muore all’età di cinquantasei anni affetto da problemi psichici. Possiamo passare a Van Gogh, mantenuto economicamente dal fratello, arriva a mutilarsi l’orecchio dopo aver perso l’amicizia con Gauguin, e anche lui fatica a trovare un luogo piacevole in cui passare la vita e quando lo trova, trasferitosi ad Arles, lo colpisce una grave crisi psichica che lo porta al suicidio. A confermare la mia tesi, almeno in Van Gogh, una lettera non spedita al fratello che l’artista teneva in tasca il giorno della morte, in cui aveva scritto: “ Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità […] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione “ . Si potrebbe proseguire instancabilmente con Baudelaire, Virginia Woolf, Caravaggio ed altri…

Cadere nella banalità di dire “ gli artisti sono folli “ o collegare imprescindibilmente genio e follia è troppo semplice, urge invece la necessità di dare una spiegazione logica e sensata a questo fenomeno.
Premetto intanto che credo sia la follia a generare l’arte, e non viceversa. La spiegazione che voglio dare al fenomeno è che nel momento in cui una persona si trova afflitta da disturbi mentali o comunque da situazioni personali problematiche, che lo voglia o no inizia a tagliare i rapporti con le persone, e questo lo porta a poggiare l’occhio sui minimi particolari della vita. Mentre una persona superficiale e serena vive la vita senza accorgersene, preoccupandosi di quale discoteca frequentare il sabato o di che cosa bere per ubriacarsi, il folle adopera la sua energia mentale per capire le cose vicine a lui, e le cose vicine a noi non sono gli amici, il calcio o la televisione, ma sono le questioni morali, il senso della vita, il perché delle azioni della gente. Se perciò durante una serata in compagnia gli individui superficiali ridono e scherzano, i più complessi analizzeranno le dinamiche del gruppo, cercheranno di capire la superficialità degli amici.
Il folle perciò, essendo esterno ai movimenti quotidiani e sovrastrutturali della vita sociale, si concentra sulle cose “ basse “ , prime, ancestrali, fondanti la realtà.

 

Se Nietzsche non fosse stato ciò che era, biograficamente, non avrebbe fatto filosofia, sarebbe forse stato un mercante, o un artigiano, perché la sua serenità non gli avrebbe permesso di compiere la scelta che ogni grande artista ( intesto come creatore di materia intellettuale ) deve fare per comporre cose vibranti: il compromesso della coscienza.
Parlando del compromesso nasce una nuova questione morale, che è però una questione di pura convenienza: ho io il coraggio di sacrificare la mia coscienza interna per arrivare alla consapevolezza del mondo? Nietzsche il coraggio l’ha avuto, o forse è stato costretto dalla sua condizione ad operare questa scelta. Ha sofferto e vissuto male per permettersi però di scavare nel profondo della verità, di sviscerarne la carne rivelandone la dura realtà. Infatti lui è la prova tangibile del rapporto inversamente proporzionale tra coscienza di sé e coscienza del mondo, perché lui ha sacrificato la coscienza di sé ( finendo matto ) per capire il mondo, e l’aveva capito! Prima di tutti! Tant’è che ancora adesso non siamo pronti per capire quell’uomo, perché aver distrutto la reale percezione di sé ha comportato il fatto che lui si slegasse dai vincoli etici e morali del tempo, potendo vedere oltre. Definire Nietzsche filosofo irrazionalista è forse errato, e definirlo tale prova quanto la società ancora non sia pronta ad accoglierlo a braccia aperte, perché come lui stesso ha scritto: “ Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica “ . Il fatto che lui usi la parola “ pazzi “ sembra confutare ciò che io sto dicendo, facendo sembrare che l’artista non è pazzo in quanto tale, ma sano tra i pazzi. Ma questo non è il testo in cui voglio parlare della relatività della pazzia, voglio invece far capire che il folle tra la società sente la musica, che gli altri non sentono perché se ne allontanano, e se ne allontanano perché quella musica è troppo ardua e complicata da sentire per poterla accettare. Nietzsche l’ha accettata ed accolta, compromettendo però la coscienza di sé in un mondo in cui la coscienza è condivisa.

 

Io personalmente, e lo dico con assoluta sincerità, non voglio ascoltare troppo quella musica, voglio ascoltarne alcune note di tanto in tanto per donare alcune composizioni al mondo, ma il compromesso della coscienza è troppo duro da fare, in un mondo in cui non si ha certezza del futuro.

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