La Città Infinita.

La Città Infinita. (prima parte)

Giunsi in un posto dopo la morte,
ed il posto era una città,
dal costruito a tratti di buon aspetto.
Altri borghi, ancor da finire, dall’apparenza nudi,
ancor altri forse inutili, degradanti l’armonia.
M’aggirai per le vie senza una meta,
scorgendo rovine polverose,
la cui pietre dichiaravano là dinanzi,
cedimento d’opera non curata.
Pensai, mirando le macerie,
quanto lavoro costò in egual misura,
a quello che rimase in piedi.
Lo stesso lavoro occorse,
ma doppio necessario per le rovine,
che lo stesso si ricostruisse.
Non metafora ma vita,
fu il pensiero che mi percosse,
all’Io, costruttore di sempre,
ch’io non mai ricordai,
già di tante vite che furon e non son più.
D’un tratto si fece largo in me,
la voglia di completare l’opera,
pur sapendo che la mia pace era raggiunta,
che altro non volevo di quella giostra chiamata vita.
Ma cosa avrei fatto a vivere in eterno fra rimpianti e maledizioni,
che il frutto avrei visto per sempre fra rovine e macerie?
Allora, m’inchinai alla completezza dell’esistenza,
rivivendo di nuovo un’altra vita,
per completar me stesso.

La Città Infinita. (seconda parte)

Mi ritrovai di colpo che tutto era svanito,
non più pensiero e ricordo,
ma sol coscienza.
Inconsapevolmente credetti a chi parlava,
e buono mi parve il consiglio,
che nella nuova vita si fece educazione.
Quando cominciai a camminar da solo,
sentii un richiamo svolto in lontananza,
che direzione non aveva.
Tanta era la paura, ma gli detti ascolto,
e tutto cominciò a svelarsi,
dal ricordo flebile d’una sensazione,
al ricordo pieno del mio cammino.
Solo adesso che siamo ad oggi,
comincio a vivere quello che il ritornar a questa vita, ebbe causa,
e forse, per il tempo rimasto,
farcela potrò a ricostruire le mie macerie,
pulendo con cura le mie strade,
che tanto mi causarono da sempre,
dolor che pure ho dato ad altri.
Speranza sarà non costruir più macerie,
la mia fatica per non più far ritorno.

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