Amore e rovere bianco.

Amore e rovere bianco.

 

E come sempre ci trovavamo lì, seduti a quel tavolo di legno rovere bianco, con una decina di persone sedute ad altri tavoli che nemmeno potevano immaginare che cosa stava succedendo tra me e lei.
Me ne stavo là, col mio bicchiere di Montenegro in mano, lei col suo solito calice di vino rosso, il frastuono del ghiaccio risuonava come un pazzo nella mia mente del cazzo, e riuscivo solo a chiedermi se l’alcool contenuto in quei pochi bicchieri bevuti quella sera ci avrebbero permesso di fare l’amore la sera stessa, e già mi distaccavo dalla realtà, non la guardavo più con gli occhi ma la guardavo col cervello, mi vedevo già a baciarle il corpo fino allo sfinimento, abbandonandomi poi ad un sussulto di morte sul suo corpo nudo, perché chi conosce la sensazione di morire dopo una lunga corsa non può che non amare questa scena. La sua pelle inizia ad irrigidirsi eccitata e non posso non guardarle gli occhi trovando il seno nel guardarla, notando quanto il colore del suo seno e la pelle della sua faccia siano belle assieme, quanto vorrei baciarli assieme ma non posso perché la mia bocca è troppo piccola per poterlo fare. La morte del mio animo è la rinascita della mia carne, e la morte della sua carne è la rinascita del mio animo.
Riapro gli occhi e la trovo là, mi chiedo se mi deluda e se sia più eccitante una delusione materiale o una favola astratta. Sapeva che stavo facendo l’amore con lei dentro di me, e come sempre mi vuol fare paura, vuol essere grande, e mi chiede di andarcene dal bar per tornare a casa, con l’aria di chi sa che cosa pensavi senza nemmeno chiedersi se può aver pensato male, e con l’aria di chi ti accontenta solo perché non ha altro da fare la sera stessa. Pago io, saliamo in auto, guido come stessi girando un film ed ogni tanto le guardo le gambe pensandole come fossero un Dio che deride, acuto e furbo. Nella mia ossessione fobica cerco il punto difronte casa sua meno illuminato per fermare l’auto, ma nemmeno troppo lontano dall’entrata per sembrare scortese, ma ormai tra noi la scortesia è ammessa. Mi guarda per capire che cosa voglio fare e la bacio, rompiamo lo spazio tra i sedili dell’auto e ci gettiamo l’uno sull’altra rompendoci le ossa sulla plastica della macchina, che cazzo di bel dolore, da diventarci pazzo. Ha il fare di una mamma e l’erotismo di una prostituta, così mi fa sentire quasi meno solo nei miei disagi d’identità.
Facemmo l’amore per il tempo che serviva, sbattendo il capo ovunque ed anche l’un l’altra, lei si faceva baciare e si faceva mangiare le labbra come se nulla le facesse male, ed io con insicurezza cercavo di morderla sempre più, sentendo però la paura di farle troppo male e l’incapacità di fargliene abbastanza, così mi trovavo a sentirmi la responsabilità di darle piacere, perché come sempre io sono più pazzo di lei, e lei ne gode. Nel dare piacere a me forse diventa detenuta e nulla mi dà più amore.
Si alzò e se ne andò baciandomi come fossimo sposi, e nel tratto di ritorno verso casa mi chiedevo solo se dovevo mangiare un vetro o rompere un cristallo. E già pensavo ad un’altra; un giorno un uomo disse che nulla più del relativismo fa diventare pazzi, e che nessuno gli dia torto.

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